«Vurria diventan ‘na verde spina»: sogni di comunità
«Vorrei diventare una verde spina, in mezzo alla strada mi vorrei piantare». Recita così il verso de La Salviana, brano popolare di Savoia di Lucania. Meno di mille abitanti nella Valle del Melandro. Paese di boschi e cascate, di pensieri anarchici e nomi che cambiano. Ed è in questo contesto, segnato dalla fragilità demografica e dalla necessità di creare nuove occasioni di vita comunitaria, che si inserisce l’esperienza della Cooperativa Verdespina. Ripartire dal pane per ricostruire legami, recuperare saperi e immaginare nuove possibilità per le aree interne.
Il forno di comunità è uno dei progetti più significativi. Che cosa cambia quando il pane smette di essere soltanto un prodotto da acquistare e diventa un’esperienza da condividere?
A raccontarlo è Antonella Giosa, presidente della cooperativa, nata con l’intento di trasformare risorse e bisogni locali in occasioni di partecipazione e sviluppo. Percorso che passa dalla riscoperta delle ricette tradizionali, ma guarda anche al lavoro, alla gestione dei beni del territorio e alla costruzione di relazioni con altre realtà.
«Per sette anni Savoia di Lucania è rimasta senza un forno. Un’attività quotidiana, apparentemente ordinaria, aveva lasciato un vuoto che non riguardava soltanto la possibilità di acquistare il pane. Veniva meno un luogo di incontro, uno spazio condiviso in cui si intrecciavano abitudini e relazioni». La riapertura del forno da parte della Cooperativa di Comunità Verdespina ha rimesso in funzione un’attività produttiva, ma ha anche riportato al centro una domanda più ampia: di che cosa ha bisogno un paese per continuare a essere una comunità?
Il femminile e gli spazi di comunità
«Da tempo cercavamo qualcosa attorno al quale concentrare le nostre energie», racconta Giosa. L’idea del forno è arrivata dentro un progetto più ampio, presentato alla comunità nel settembre 2025. Verdespina oggi conta 27 soci, di cui 22 donne. «Per molte di loro – spiega la presidente – la cooperativa ha rappresentato una prima occasione di impegno fuori dalle mura domestiche, dopo una vita intera dedicata alla famiglia. Una forma di riscatto, una prospettiva nuova».
Ecco che con la riattivazione dell’esercizio commerciale non solo si è restituito un servizio al borgo, ma si è dato avvio alla ricostruzione di una forma di condivisione che apparteneva alla sua memoria.
«Ero una ragazzina quando, nel periodo pasquale, portavamo alcune preparazioni a cuocere nel forno del paese. Non si tratta semplicemente di nostalgia, ma del consapevole riconoscimento di quello che all’epoca rappresentava nel concreto: uno spazio di incontro per le donne».
In un contesto in cui la vita sociale femminile era infatti confinata alla casa e alla famiglia, il forno offriva un’occasione per uscire, incontrarsi, parlare. Costruire spazi di socialità al di fuori delle singole vite. «A differenza degli uomini, all’epoca, le donne molto raramente frequentavano il bar come luogo abituale di socialità; il forno diventava così un punto in cui le attese della cottura si trasformavano in tempo condiviso, in racconti e scambi. È anche questo che stiamo ricostruendo, giorno dopo giorno».

Al riparo dal sole o dalla pioggia, sotto la tenda a cappottina, appena fuori dal forno, una panchina racconta di uno spazio in cui fermarsi. Sostare. Ritrovarsi, ancora una volta, al di fuori dalle proprie singole vite. «Può sembrare banale, ma da dove ripartire se non da qui?» Nel paradosso di un entroterra che, assieme ai servizi essenziali, viene lentamente scremato di ciò che, stereotipo o meno, da sempre lo contraddistingue, la socialità, lo spazio comunemente condiviso rimane, forse, l’unico elemento che i cittadini possono preservare da sé, lì dove le strade non arrivano e le scuole chiudono.
L’importanza del nome
Un radicamento che sa di resistenza. Resistere a chi se ne va. A ciò che di buono non arriva. Alla mancanza. Al tempo fermo di un futuro che non promette, passa. «Verde spina viene da una canzone salviana. Si tratta di un arbusto selvatico, spinoso, molto radicato nel terreno, un po’ come ci sentiamo noi – spiega Giosa – un arbusto comunque capace di dare frutto, la mora, che in dialetto chiamiamo a’mor.» Un’assonanza che avvicina il nome della bacca alla parola del sentimento, senza bisogno di forzare il simbolo. Radicamento e cura, spine e frutti, la fatica di restare assieme alla possibilità di generare, nonostante tutto, qualcosa.
Accanto ai prodotti da forno più comuni, Verdespina ha recuperato preparazioni legate alla tradizione locale. Tra queste il biscotto di San Rocco, una sorta di tarallo salato caratterizzato da una parte interna morbida e una crosta dura. Appena sfornati, i biscotti vengono riposti in una cesta di vimini avvolta in una coperta, così da mantenerne il calore. «Va mangiato caldo» spiega Antonella, assertiva. Ci sono poi i taralli intrecciati e un dolce friabile a base di mandorle a forma di “S”.

credits: fb Verdespina

credits: Verdespina
L’omaggio è al nome originario del paese, Salvia, cambiato in Savoia di Lucania nel 1879 come “gesto riparatorio” nei confronti della dinastia reale, in seguito al fallito attentato dell’anarchico Passannante, che a Salvia era nato, ai danni del re Umberto I. Tuttavia, gli abitanti conservano la denominazione di salviani.
Qui, dove la memoria passa dal nome e dalla forma che si dà alle cose, anche tornare a impastare diventa un modo per ancorarsi al presente, senza lasciarlo sfuggire. Le ricette arrivano dai ricordi ancora vividi della signora Maria, oggi ultranovantenne, precedente proprietaria del forno. «Non si tratta soltanto di riprodurre una preparazione, ma di custodire un sapere che passa attraverso le mani, le dosi ricordate, i tempi e i gesti». Quella che in altri termini definiremmo trasmissione culturale, e che a Salvia ha l’odore del pane.
La cooperativa come risposta ai bisogni
Il forno è sì il progetto più visibile, ma non esaurisce il senso di Verdespina. Per Antonella Giosa, il punto di partenza è un’idea precisa di sviluppo locale: «Non abbiamo la bacchetta magica, ma siamo convinti che lo sviluppo debba partire dalle persone che abitano questi paesi. Coinvolgere la comunità, catalizzare la passione, l’amore e l’impegno di chi vive queste realtà. Solo così un progetto può durare, attraverso l’appartenenza, senza essere subito come qualcosa calato dall’alto».
La cooperativa ha preso forma grazie a una collaborazione tra pubblico e privato. «Il progetto ha usufruito di risorse del GAL Percorsi e del partenariato del Comune. Una forma di cooperazione che, quando funziona, permette di mettere in relazione risorse pubbliche, iniziativa dei cittadini e competenze locali. Il finanziamento può rendere possibile l’avvio di un progetto, ma non ne garantisce da solo la continuità, sono la partecipazione e la capacità di organizzarsi a determinarne la tenuta nel tempo».
La dimensione collettiva, racconta Giosa, è emersa fin dall’inizio anche attraverso le reazioni della comunità. «Ci sono state sì alcune critiche, come se avessimo utilizzato soldi pubblici per aprire un’attività commerciale. Ma Verdespina non è questo». Accanto alle perplessità, la cooperativa ha trovato una partecipazione concreta. «Diversamente questo forno non si sarebbe mai aperto. Tantissime persone ci hanno aiutato mettendo a disposizione le proprie competenze: chi nella grafica, chi nella meccanica. Anche questo è aggregazione. Coinvolgere tutti, ciascuno con i propri mezzi, in un percorso comune».
Un altro tipo di turismo
La stessa impostazione riguarda il patrimonio del paese. «Savoia di Lucania dispone di risorse culturali e naturalistiche importanti, ma non sempre valorizzate con continuità. Non è possibile che alcuni di questi beni siano rimasti a lungo senza una gestione», osserva Giosa. Tra questi c’è il Vallone del Tuorno, un ambiente naturale caratterizzato da una gola profonda, dal torrente e da sei cascate, alcune alte oltre venti metri. Assieme al Museo Salviano, che comprende una sezione dedicata a Giovanni Passannante, che conserva documenti e materiali sulla sua vicenda, insieme a una raccolta storica più ampia.

credits: Comune di Savoia di Lucania

credits: savoiaterramia.it
Per Verdespina, la valorizzazione di questi luoghi non può ridursi alla loro promozione. «Serve una gestione capace di renderli accessibili e, nello stesso tempo, di tutelarli. Bisogna innanzitutto avere un’idea chiara dei numeri – aggiunge la presidente – Il Vallone del Tuorno, per esempio, è un’area riconosciuta come sito di interesse comunitario per il valore dei suoi ecosistemi, da frequentare con attenzione. Garantirne la fruibilità è uno dei primi passi, a condizione che ci siano regole chiare e precise per tutti».
Lo stesso principio vale per il turismo. Non si tratta di costruire un’immagine artificiale del paese per renderlo più appetibile, ma di educare il visitatore all’autenticità. «Snaturarsi per offrire un’altra versione di sé non può essere la soluzione. Se una persona cerca un’esperienza diversa da quella che il territorio può offrire, forse non è il tipo di turista a cui ci rivolgiamo». Una posizione che mette al centro il rapporto tra accoglienza e responsabilità: il territorio può aprirsi a chi arriva, ma senza perdere il controllo delle proprie risorse e dei propri ritmi.
Dal paese alla rete
Il 18 e 19 settembre Savoia di Lucania ha ospitato Spazi di comunità, il primo Festival delle cooperative di comunità lucane, organizzato da Legacoop Basilicata e Spazio Comunità APS, in collaborazione con il Comune e Netural Coop. La manifestazione ha riunito esperienze, istituzioni e operatori per discutere di cooperazione, sviluppo locale e futuro delle aree interne.
Tra gli ospiti del festival Alberto Alberani, portavoce del Forum del Terzo Settore dell’Emilia-Romagna. «Per Verdespina, l’incontro ha rappresentato un’occasione di confronto, ma anche la conferma di una necessità ancora aperta: imparare a fare rete. Fare cooperazione è qualcosa che qui dobbiamo ancora imparare a fondo. Non è soltanto una questione di nozioni tecniche, ma di approccio: la capacità di collaborare e costruire relazioni, che ancora manca».

credits: fb Spazi di Comunità

credits: fb Spazi di Comunità
Il festival ha permesso di conoscere altre realtà e di avviare contatti con cooperative dei paesi limitrofi. «Il passo successivo – spiega Giosa – è capire come queste relazioni possano tradursi in una collaborazione concreta, soprattutto nell’offerta di servizi alla comunità. Conoscersi, confrontarsi, non rimanere isolati: è questa la linea su cui lavorare».
Un passaggio importante per una cooperativa che ha scelto di partire da un luogo preciso, il forno, e da un bisogno altrettanto concreto, restituire al paese un’attività che mancava. La sfida ora è allargare quel principio: fare in modo che la collaborazione non si fermi alla singola iniziativa, ma diventi una pratica stabile tra paesi, competenze e organizzazioni.
Futuro
Per Verdespina, il futuro non coincide soltanto con l’aumento della produzione o con la possibilità di raggiungere nuovi mercati. Passa anche dalla capacità di creare lavoro, coinvolgere le persone e costruire servizi insieme ad altri. «Personalmente sogno un grande laboratorio che possa dare lavoro a dieci persone, con la possibilità di spedire i nostri prodotti all’estero». Un obiettivo ambizioso che passa anche dalle scuole. «Portare i più piccoli nel laboratorio significa farli entrare in contatto con ingredienti, gesti e tempi della preparazione, ma anche mostrare loro che dietro un alimento ci sono competenze, lavoro e una storia collettiva. È un modo per trasmettere la memoria non come racconto distante, ma come pratica ancora viva».
Una storia che non basta da sola a dare risposta a problemi complessi e attuali che raccontano nient’altro che un nodo storico, economico e sociale caratterizzato da isolamento geografico, frammentazione insediativa e divario strutturale rispetto alle aree costiere e al resto del Paese. Non una realtà immobile, ma il risultato di precise dinamiche politiche ed economiche succedutesi dall’Unità d’Italia a oggi. Ma una storia, che pure, in una realtà così strutturatasi, si muove con concretezza e coraggio sulle gambe di chi ha fatto della consapevolezza e della memoria un’altra forma di resistenza.