Fardella tra raskatielli e miskiglio. Intervista a Lidia Guarino
Ci sono ricette che appartengono alla cucina e altre che, attraverso la cucina, raccontano un territorio intero. È il caso dei Raskatielli di Fardella. Una preparazione nata dalla cultura contadina e che nel tempo è diventata uno dei simboli gastronomici della Valle del Serrapotamo.
I Raskatielli di Fardella sono oggi riconosciuti dal Ministero come Prodotto Agroalimentare Tradizionale della Basilicata. La particolarità non è solo nella forma e nel metodo di lavorazione, da cui prendono il nome. Si tratta di una pasta ottenuta da farina di grano duro, grano tenero e fave, il miskiglio, successivamente “raschiata” con le dita fino ad assumere la caratteristica forma concava.
Ed è proprio quel gesto manuale, apparentemente semplice ma impossibile da standardizzare completamente, che Lidia Guarino ha deciso di trasformare in un progetto imprenditoriale. Nel maggio 2025, insieme al marito Franco D’Angelo, ha dato vita a Le Bontà di Miskiglio, realtà che si propone di riportare sul mercato i veri Raskatielli fatti a mano. La loro storia prima di approdare nel nuovo laboratorio, primo pastificio artigianale di Raskatielli, comincia in famiglia.
Lidia, da dove nasce il vostro Raskatiello?
«Ho imparato da mia nonna Giuseppina. Mani e memoria insieme. Da lei non ho ricevuto solo una ricetta, ma un modo di fare le cose. Oggi, una pasta come questa, escluse poche eccezioni in ambito privato, viene preparata a mano sempre meno. Il rischio è che rimanga sì qualcosa che conosciamo, ma che purtroppo non sappiamo più fare. Le Bontà di Miskiglio è il tentativo di trasformare una tradizione familiare in qualcosa che possa continuare a vivere anche oltre le mura di casa».
Il Raskatiello nasce come piatto povero. Ma le ricette povere, con il passare del tempo, possono vivere trasformazioni sorprendenti.
«Sì. Il Raskatiello è nato come una ricetta povera, legata alla necessità delle famiglie contadine di utilizzare quello che avevano a disposizione. La presenza delle fave nell’impasto ne è una prova: ingredienti semplici messi insieme per ottenere un alimento sostanzioso. Nel corso del tempo, però, questa preparazione è diventata una ricetta della memoria, qualcosa che si prepara per piacere o per festa. Il classico piatto della domenica. Penso che anche questo sia uno degli aspetti più interessanti della tradizione, l’idea che un cibo cambi significato senza perdere la propria identità».



Il Miskiglio, però, non è uguale in tutti i comuni della Valle del Serrapotamo. Quali sono le differenze?
«Esiste una tradizione comune, ma ogni territorio l’ha interpretata a modo proprio. A Fardella e a Teana la miscela prevede un terzo di farina di grano duro, un terzo di farina di grano tenero e un terzo di farina di fava. A Chiaromonte, invece, la componente dei legumi si accompagna all’orzo; a Calvera troviamo la fava insieme ai ceci e cambia anche il formato della pasta, che diventa un maccherone lavorato con il ferro. I Raskatielli di Fardella, nella forma tradizionale, si ottengono lavorando l’impasto e ricavando dei piccoli pezzi che vengono trascinati e raschiati con le dita. È questo movimento a lasciare sulla pasta una superficie ruvida e una forma concava, che ricorda quella di un piccolo orecchio e che, soprattutto, permette al condimento di aderire bene. I raskatielli fatti con una macchina possono certamente assomigliare al prodotto tradizionale, ma non riprodurranno mai esattamente quello che succede quando sono le dita a tirare e raschiare la pasta. È questa la caratteristica che vogliamo conservare. La bellezza del prodotto artigianale, che non ha nulla a che fare per forma, sapore e consistenza con una pasta modellata industrialmente».
Cosa significa oggi per voi fare impresa partendo da un prodotto di nicchia, in un piccolo paese del Pollino? Qual è la difficoltà più grande?
«La difficoltà principale è che si tratta ancora di un prodotto poco conosciuto. Non abbiamo davanti una strada già tracciata dal punto di vista della promozione e del mercato. Quando si produce qualcosa che il consumatore conosce già, è più semplice spiegargli perché dovrebbe scegliere un prodotto piuttosto che un altro. Nel nostro caso, invece, prima ancora di venderlo dobbiamo raccontarlo. È un lavoro che richiede tempo. Attualmente, attraverso il nostro sito proponiamo anche una box che permette di conoscere il Raskatiello nella sua veste più tradizionale: 500 grammi di raskatielli accompagnati dal sugo pronto di pomodoro e peperoni. È un modo per offrire non soltanto la pasta, ma anche il condimento con cui tradizionalmente viene gustata».


Quanto è importante, per voi, la provenienza delle materie prime?
«È fondamentale. Se vogliamo raccontare un prodotto legato a un territorio bisogna essere coerenti. La farina che utilizziamo arriva dal Mulino Arleo, una realtà consolidata che opera nel territorio di Castronuovo di Sant’Andrea, inserita da tempo anche nelle iniziative di valorizzazione della filiera degli antichi cereali del Pollino. Per noi è un elemento centrale. Non avrebbe senso raccontare una pasta come espressione della cultura contadina della Valle del Serrapotamo senza prestare attenzione a ciò che c’è dietro quella pasta, a partire dalla farina».
Il progetto La Via del Miskiglio mette insieme quattro comuni e quattro diverse interpretazioni della stessa tradizione: sente questa rete come una vera comunità di produttori o c’è ancora molta strada da fare?
«Parliamo di realtà piccole. Fardella conta appena 500 abitanti. Pensare di poter crescere da soli è folle. Abbiamo bisogno di collaborare, di condividere esperienze, competenze e capacità di promozione. La Via del Miskiglio nasce proprio con questa idea: mettere in relazione territori che condividono una storia e una tradizione, pur mantenendo le proprie peculiarità. Fardella, Teana, Calvera, Chiaromonte e Castronuovo di Sant’Andrea, puntano a utilizzare il Miskiglio come strumento di valorizzazione culturale ed economica del territorio. Il nostro obiettivo è arrivare al riconoscimento IGP. È una strada che richiede lavoro, confronto e soprattutto la capacità di costruire un progetto comune, ma crediamo che sia la direzione giusta».
C’è anche un lavoro sulla trasmissione della tradizione. Mi riferisco ai laboratori con i bambini e alle tante iniziative ed eventi che soprattutto durante il periodo estivo vengono organizzati nell’ambito dello stesso progetto. Ma come si fa a convincere, nel concreto, le nuove generazioni che una tradizione così antica possa avere ancora un futuro?
«Sì, la tradizione non può essere soltanto qualcosa da raccontarsi tra adulti. Se vogliamo che continui, bisogna fare in modo che i bambini possano toccarla, provarla, capire come nasce. Le manifestazioni legate alla Via del Miskiglio presentano anche questa possibilità: far vedere ai più piccoli che dietro un prodotto c’è una storia. Concretamente sono convinta che la chiave sia non perdere nel cuore il legame con la propria terra. Ma non basta guardarsi indietro. Bisogna anche credere nella forza delle storie nuove e avere il coraggio di provarci. Ed è un coraggio che può nascere solo guardandosi dentro. È quello che abbiamo cercato di fare anche noi con Le Bontà di Miskiglio: prendere qualcosa che appartiene alla memoria e provare a dargli una possibilità nel presente».
Qual è il futuro che immaginate?
«Per noi la tradizione è stata prima di tutto storia, poi vita e racconto. Adesso è diventata un lavoro. È una trasformazione importante perché significa che quello che abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti può diventare anche un’opportunità concreta per il presente. Il nostro auspicio più grande è riuscire a coinvolgere i nostri figli. Vorremmo che un giorno potessero guardare a quello che facciamo come a qualcosa che appartiene anche a loro. Non si può pensare alla tradizione come qualcosa da conservare semplicemente mettendola al riparo, congelandola. La vera vittoria avviene quando qualcuno sceglie di riprenderla, di farla propria e di darle un futuro».