Donkey House, il valore dell’asino e del territorio
In un territorio come quello di San Fele, dove la dimensione rurale conserva ancora un rapporto diretto con il paesaggio, scegliere di allevare asini non è soltanto una decisione produttiva. Significa misurarsi con un animale che per secoli ha costituito una componente ordinaria dell’economia agricola italiana e che, con la meccanizzazione, è stato progressivamente espulso dai sistemi produttivi, fino a diventare una presenza marginale nell’immaginario contemporaneo. È proprio da questa relazione, prima ancora che da un progetto commerciale, che nasce Donkey House.
Marina Mucciolo e Pasquale Aprea, marito e moglie, entrambi di origine campana, arrivano a San Fele inizialmente con un’idea molto diversa da quella che avrebbe poi preso forma. «Abbiamo acquistato una piccola proprietà di circa tre ettari attratti dal luogo e dal paesaggio – spiega Aprea – inizialmente solo per trascorrervi i weekend. Poi ci siamo resi conto che qui avremmo potuto finalmente dare avvio al sogno di una vita, quello di lavorare con gli animali, e in particolare con gli asini».
Quello che comincia come un legame con il territorio diventa progressivamente una scelta di vita. Nel 2016 Marina e Pasquale decidono di trasferirsi stabilmente a San Fele e di costruire intorno all’allevamento la propria attività. «All’inizio erano solamente due esemplari, oggi in totale sono venti splendidi meticci». Da allora la proprietà si è ampliata fino a raggiungere circa 18 ettari. Una crescita dimensionale che racconta quanto l’allevamento sia strettamente connesso alla gestione degli spazi e alla qualità dell’ambiente in cui gli animali vivono.
L’asino come animale di territorio
La scelta dell’asino assume un significato particolare proprio osservando le caratteristiche della specie. Rustico, frugale, adattabile a condizioni ambientali difficili, l’asino è storicamente associato ai sistemi agricoli marginali e alle aree nelle quali la meccanizzazione ha avuto un impatto più limitato. La sua riscoperta, tuttavia, non può essere ricondotta soltanto a una dimensione sentimentale. «In determinati contesti il pascolo degli equidi – aggiunge Aprea – può svolgere una funzione concreta nella gestione della vegetazione».
Recenti ricerche1 hanno puntato il focus sul comportamento alimentare di asini e capre rispetto a cinque specie vegetali tipiche degli ambienti forestali mediterranei, evidenziando come il pascolamento possa contribuire alla riduzione della biomassa combustibile del sottobosco. Gli asini, in particolare, hanno mostrato una particolare capacità di consumare il cosiddetto combustibile fine, costituito soprattutto da materiale erbaceo. «L’abbandono delle attività agricole e pastorali tradizionali ha modificato profondamente la struttura del paesaggio rurale, favorendo in molte aree l’accumulo di vegetazione e di biomassa – aggiunge Aprea. Il pascolo controllato può quindi diventare uno degli strumenti attraverso cui mantenere aperti determinati ambienti e ridurre localmente la quantità di materiale vegetale facilmente infiammabile».
Non si tratta, naturalmente, di attribuire all’asino una funzione che da sola possa impedire gli incendi. La prevenzione del rischio richiede una gestione complessiva del territorio, nella quale il pascolo rappresenta uno degli strumenti possibili. Esistono tuttavia esperienze e programmi di gestione forestale mediterranea che stanno valutando proprio l’impiego degli asini come alternativa o complemento agli interventi meccanici di controllo della vegetazione. Un possibile servizio ecosistemico che al contempo contribuirebbe alla conservazione della stessa specie animale, fortemente diminuita in Europa proprio a causa della progressiva scomparsa delle sue funzioni agricole tradizionali. Elemento, questo, tutt’altro che secondario.
Per Donkey House questa funzione non nasce da un programma di gestione forestale, ma trova una corrispondenza naturale nel modo in cui l’azienda ha scelto di allevare i propri animali: lasciarli vivere in ampi spazi, secondo una gestione semibrada, significa infatti fare dell’animale una componente attiva dell’ambiente agricolo.
Il benessere animale
Gli asini di Donkey House sono tutti meticci e vivono all’interno dei 18 ettari dell’azienda in condizioni semibrade. «Sono stati realizzati ricoveri all’interno della tenuta a disposizione degli animali, ma la loro quotidianità non è organizzata intorno alla stabulazione».


Una distinzione importante che Aprea vuole sottolineare. «L’asino è stato spesso percepito come un animale particolarmente resistente e quindi erroneamente considerato poco esigente. La rusticità, invece, non equivale all’assenza di bisogni. Movimento, alimentazione appropriata, accesso al riparo, condizioni degli zoccoli, relazioni sociali e gestione sanitaria sono elementi fondamentali per il suo benessere».
Una concezione che assume ulteriore rilevanza se si considera il progressivo abbandono dell’asino dai sistemi agricoli europei. Recuperarne una funzione contemporanea significa anche sottrarlo a una doppia marginalità: quella produttiva, determinata dalla meccanizzazione, e quella culturale, che lo ha trasformato nel simbolo di una presunta ottusità o inferiorità.
Dal patrimonio dell’allevamento alla valorizzazione del latte
La seconda fase del progetto Donkey House prende forma nel 2020, quando Marina Mucciolo pensa di valorizzare il latte d’asina attraverso la cosmetica. «Il latte d’asina non è certamente una materia prima nuova – spiega Mucciolo. Il suo impiego alimentare e cosmetico ha una lunga storia e, negli ultimi decenni, è tornato al centro della ricerca scientifica per la sua particolare composizione».
Anche l’impiego cosmetico è stato oggetto di studi sperimentali. Una ricerca pubblicata su Dermatologic Therapy2 ha valutato creme contenenti latte d’asina in un piccolo gruppo di volontari, rilevando effetti favorevoli soprattutto sul piano dell’idratazione cutanea. Si tratta di risultati preliminari, che vanno letti nel loro corretto ambito sperimentale e che non giustificano l’attribuzione al latte d’asina di generiche proprietà terapeutiche.
Ed è proprio sul terreno della prudenza e della costruzione della filiera che va letto il progetto di Donkey House. La linea cosmetica progettata da Donkey House, affidandosi per la realizzazione a un laboratorio esterno di Foggia, costituisce un avvio del processo di valorizzazione del latte d’asina.
La cosmetica dal latte d’asina
La gamma oggi proposta comprende prodotti destinati alla cura del viso e dei capelli. Tra questi figura la crema viso al latte d’asina, una formulazione che associa al latte d’asina acido lattobionico, burro di karité, olio di argan, olio di mandorle dolci e olio di avocado.


Per i capelli Donkey House propone invece un balsamo formulato con latte d’asina e bava di lumaca, insieme a burro di karité, olio d’oliva, aloe, lino, jojoba ed estratti di camomilla, avena, rosmarino e melissa.
Il dato più interessante, tuttavia, non è soltanto la composizione dei singoli prodotti. È la possibilità di costruire progressivamente una filiera partendo dall’allevamento per arrivare alla trasformazione cosmetica che consente di aumentarne il valore economico del prodotto finale.
La relazione con il consumatore
La commercializzazione segue canali coerenti con la dimensione aziendale: lo shop online e la presenza a sagre, mercatini e manifestazioni. «Sono occasioni che hanno una funzione commerciale, ma anche comunicativa – aggiunge Mucciolo – per un prodotto ancora poco conosciuto il nostro, il contatto diretto risulta essere fondamentale».
Nel tempo, però, Marina e Pasquale hanno individuato un meccanismo ancora più significativo per una realtà di questo tipo: la reputazione costruita attraverso l’esperienza del cliente. «Ci siamo comunque resi conto che ciò che funziona davvero è il passaparola, un cliente soddisfatto che non solo ritorna ad acquistare, ma trasmette la propria esperienza positiva a un’altra persona».

Un modello di crescita lento, ma coerente con la scala dell’impresa. E proprio la lentezza, intesa non come limite ma come valore, potrebbe diventare una delle chiavi di sviluppo della prossima fase di Donkey House.
Le forme di turismo possibili
Tra i progetti futuri c’è infatti l’apertura dell’azienda a forme di turismo lento ed esperienziale. Non un turismo costruito sulla quantità delle presenze, ma rivolto a persone interessate al paesaggio, alla natura e alla possibilità di conoscere da vicino una realtà agricola. In questa prospettiva l’asino può assumere una funzione che va oltre quella produttiva. Può diventare un elemento attraverso il quale leggere il territorio: osservare il rapporto tra animale e vegetazione, comprendere la gestione del pascolo, conoscere i tempi dell’allevamento e avvicinarsi alla dimensione rurale.
È una prospettiva particolarmente interessante per San Fele, dove il valore paesaggistico e naturalistico può essere messo in relazione con attività agricole capaci di mantenere una presenza umana attiva sul territorio. Il turismo esperienziale, se costruito con criteri di sostenibilità e senza trasformare gli animali in semplici elementi di attrazione, può diventare una forma di educazione alla ruralità.
Il valore dell’esperienza
Donkey House è, ad oggi, un progetto in evoluzione. Il valore di un’esperienza come quella di Marina Mucciolo e Pasquale Aprea non sta semplicemente nell’aver scelto di allevare asini, ma nell’aver individuato, in un animale apparentemente anacronistico, una possibilità contemporanea. Contribuire alla gestione di un territorio, mantenere una relazione con la terra, recuperare una materia prima di interesse e costruire intorno a essa nuove forme di economia.
In questa prospettiva l’asino non è un residuo del passato da conservare per nostalgia, ma una risorsa biologica e culturale da reinterpretare. E la sfida di Donkey House è proprio questa: trasformare una presenza tradizionale del paesaggio rurale in un elemento di una nuova economia della terra, fondata sulla relazione fra benessere animale, gestione del territorio, trasformazione, biodiversità e lentezza.
Note
- Jordi Bartolomé et al. (2020), “Preference by Donkeys and Goats among Five Mediterranean Forest Species: Implications for Reducing Fire Hazard”, Animals, 10(8), 1302. È un articolo scientifico sottoposto a peer review, pubblicato il 30 luglio 2020. ↩︎
- Kocić H., Stanković M., Tirant M., Lotti T., Arsić I. (2020), “Favorable effect of creams with skimmed donkey milk encapsulated in nanoliposomes on skin physiology”, Dermatologic Therapy ↩︎