Dal brindisi al pianto rituale, tra Georgia e mediterraneo
Dal brindisi al pianto. Ciò che segue non vuole porsi né come ricerca interculturale, di cui manca d’autorevolezza, né come studio comparativo d’alcun genere. Ciò che segue nasce, invece, come una raccolta di testimonianze, attuali suggestioni, o curiosità se preferite, su una terra assai lontana, la Georgia, e una serie d’immagini che vanno ormai perdendosi nella stratificazione degli anni, e che per deformazione personale (non professionale, attenzione), rimandano alla Basilicata rurale del secolo scorso, checché se ne dica e se ne pensi.
Tale narrazione, di cui sicuramente nessuno avvertiva il bisogno, è figlia del caso. Del viaggio di un uomo che me ne ha riportato il racconto e di una lunga e interessante telefonata con la dolce Nino, guida turistica georgiana, che da tremila chilometri in linea d’aria, dall’altra parte del filo, ha composto il puzzle di una terra complessa ed unica, che per qualche motivo ricorda la mia. Il resto è frutto della bizzarra e della sicuramente discutibile propensione a vedere ponti laddove, magari, non ce ne sono, ma di cui forse oggi qualcuno di noi avverte il bisogno e l’urgenza, per sentirsi, semplicemente, più vicini e simili. In altre parole, per riconoscersi.
Solo vino
«Dovevamo “solo” parlare di vino» scherzo con Pietro, socio Slow Food, da poco rientrato dalla Georgia, che mi racconta entusiasta del suo ultimo viaggio. Solo dopo, mi renderò conto che il vino, in Georgia, parla di tutto. Di Neolitico, di modernizzazione forzata, d’indipendenza e autodeterminazione, ma anche di matrimoni, della pratica della supra e dei brindisi del tamada. Del concetto di cultura. Della vita di individui, persone comuni nella propria quotidianità.
La cantina più antica del mondo
«La presenza millenaria della vinificazione nel Caucaso è attestata archeologicamente e collega vino, ritualità e produzione alimentare fin dal Neolitico».1
Tale scoperta, però, risale a neanche dieci anni fa. Siamo 2016 quando i ricercatori datano a ben ottomila indietro le prime prove archeologiche biomolecolari relative al vino. «Praticamente – mi spiega Nino Mukbaniani, guida turistica georgiana – sono stati analizzati i composti assorbiti dalla ceramica rinvenuta nel sito di Gadachrili Gora, ad appena 30 km da Tblisi. Da lì si è dovuta riscrivere la storia – sorride con la voce Nino – spostandola di mille anni indietro, perché è nei resti di quel vasellame che sono stati trovati i residui del più antico vino mai conosciuto al mondo».
Nella pancia della terra
Un primato tutto georgiano, a cui si aggiunge la particolarità del metodo di vinificazione. «La tecnica è anch’essa antichissima – spiega Ramaz Nikoladze, responsabile di quello che dal 2008 è stato riconosciuto come Presidio Slow Food, il vino in anfora georgiano – e prevede l’interramento di grandi anfore in terracotta, kvevri, in cui viene effettuata sia la fermentazione che l’affinamento dei vini».

L’uso delle grandi giare ha rappresentato per anni un carattere distintivo della partica enologica georgiana. «Basti pensare che erano le stesse cantine ad essere costruire intorno ai kvevri – continua Nino – la giara veniva piazzata nel terreno, per non essere più mossa. La magia avviene lì, nella pancia della terra».
Il serbatoio vinicolo dell’Urss
Una tradizione, quella della vinificazione in kvevri, che ha rischiato di scomparire. Durante l’Unione Sovietica si assistette a un’enorme espansione della superficie vitata e all’introduzione di metodi industriali. L’obiettivo era soddisfare la grande domanda russa. Molti vigneti furono sostituiti con vitigni internazionali più produttivi e resistenti alle malattie, a discapito della straordinaria biodiversità dei vitigni georgiani.
Le piccole produzioni dei contadini locali vennero presto soppiantate dai grandi agglomerati produttivi. A ciò si aggiunse l’introduzione dei metodi di vinificazione europei, come l’uso di grandi serbatoi metallici, in sostituzione del metodo tradizionale di vinificazione in anfore. Il periodo sovietico vide così la Georgia impegnata in una produzione di massa e spesso di scarsa qualità.
Poi di colpo tutto cambiò nuovamente: «Nel 1985 Gorbachev lanciò una campagna anti-alcol che portò all’estirpazione di vigneti nelle repubbliche vinicole del Sovjet; la Georgia subì una riduzione drastica della superficie vitata e la perdita di molte vigne tradizionali»2.
Il vino come vettore identitario e patrimonio culturale
Alla dissoluzione dell’Urss, il 75% della produzione georgiana era destinato all’esportazione in Russia. Questa dipendenza si manifestò chiaramente quando, nel 2006, la Russia vietò le importazioni di vino georgiano. Se ciò da un lato danneggiò fortemente l’economia del paese, dall’altro lo spinse a una riscoperta dei metodi tradizionali di vinificazione, con un rinnovato interesse per i kvevri e per le uve autoctone, di cui si contano oltre cinquecento varietà.
La riscoperta dei kvevri e la promozione a simbolo nazionale, cui contribuì nel 2013 l’iscrizione nella lista del Patrimonio Unesco, ha fatto del vino elemento chiave dell’identità georgiana che è oggi memoria storica, mito dell’origine e ambasciatore culturale.
Dalla religiosità alla supra
«Dove c’è spazio, c’è vigna» mi spiega Nino, che pur vivendo nella capitale, che conta oltre un milione di abitanti, coltiva nel piccolo viale difronte casa un po’ di vite.

«Questa pianta parla di noi, dalla religiosità alla quotidianità di ciascuno. La patrona del Paese, Santa Nino, da cui prendo il nome, portò il cristianesimo nel IV secolo brandendo una croce realizzata fissando alcuni tralci di vite con i suoi capelli. Oggi quella croce è uno dei simboli nazionali, un intreccio tra fede e agricoltura, spiritualità e lavoro della terra».
Ecco che la vendemmia si fa evento collettivo, di socialità pratica e simbolica, collegata a rituali conviviali che hanno reso la Georgia famosa nel mondo. Uno di questi è sicuramente la supra.
Il tamada, dare voce al vino
Durante la supra, i tipici banchetti georgiani, non può mancare il tamada, una sorta di maestro di cerimonie che guida i brindisi. «Essere tamada – prosegue Nino – significa dare voce al vino. Ogni bicchiere è un racconto, ed egli è il narratore che lo fa vivere, incarnando perfettamente la visione georgiana del bere: non atto di consumo, ma rituale collettivo di memoria, identità e amicizia».
È questa figura a scandire la supra. Matrimoni, festività, momenti solenni o banchetti organizzati per onorare gli ospiti. Dietro il cibo e il vino, cui si farà spesso riferimento durante la supra stessa intonando canti popolari e polifonici, una fortissima componente sociale. Il brindisi è parte integrante del rituale.
«Kargad chaatarebinos es supra!» scandiscono i presenti. La supra ha ufficialmente inizio. «Da questo momento in poi il tamada propone una serie di toast (brindisi, appunto) – continua Nino – sulla famiglia, gli amici, la patria o la pace. Per risposta, ad ogni brindisi, gli ospiti dovranno bere il bicchiere tutto d’un sorso». Ma attenzione a considerare il tamada un semplice oratore. La sua figura infatti scandisce il ritmo della serata come in una liturgia laica, facendosi custode della parola e del gesto, interprete del sentimento collettivo.

“Comandare la tavola”: le differenze tra Georgia e Sud Italia
Una funzione che potrebbe ricordare, per certi versi, la socialità contadina del Sud Italia e alcune figure come quella del compare, padrino o capotavola, a seconda dei casi, che durante la cerimonia assumono spesso il ruolo di parlare, proporre brindisi solenni, aprire la sequenza degli auguri o tramandare aneddoti. “Comandare la tavola”, in altri termini. Sebbene il contesto storico-culturale (Caucaso vs. Mediterraneo) sia distinto, il fenomeno del “maestro di tavola” sembra proporsi come risposta sociale all’esigenza di coesione, legittimazione simbolica e gestione rituale dei gruppi.
Per quanto, però, possa essere riconoscibile in entrambe le “categorie” la regia del banchetto, o esse possano coincidere, a volte, con la figura del padrone di casa, anima dell’ospitalità e della convivialità (fattori tanto importanti quanto ampiamente riconosciuti e rivendicati sia in Georgia che nel Meridione d’Italia), vi sono differenze rilevanti non trascurabili.
Certamente, come si è già detto, entrambe le figure incarnano una certa autorità morale o simbolica, unanimemente riconosciuta dai commensali, con l’obiettivo di coesione sociale. Ma, preso atto di ciò, il tamada ha un ruolo formalmente codificato nella supra. É solo lui a proporre i toast e scegliere i temi, scandendo la memoria collettiva, dagli antenati ai figli, e via dicendo. Un rituale rigido, liturgico appunto, che si oppone a uno più libero e meno formale. A ciò si aggiunge che, nella maggior parte dei casi, in occasioni in cui si riuniscono più famiglie, dalle feste nuziali alle cerimonie funebri, il tamada è stabilito in anticipo, previo accordo con il padrone di casa e sotto compenso.
I due volti del rito: tamada e prefica
Performatività retorica; regolazione del sentimento comune; trasformazione delle emozioni individuali in rituali pubblici per sancire appartenenza, sono tre fattori che paiono accomunare la figura del tamada a quella, solo apparentemente opposta della prefica. La donna che fino agli anni Settanta del Novecento, nei paesi dell’Italia Meridionale, veniva convocata (e pagata), in occasione di veglie funebri, dalla famiglia del defunto per “piangerlo”.
Volendo fare una proporzione, con i necessari accorgimenti, il tamada sta alla supra come la prefica sta al lamento funebre, definito appunto «tecnica del piangere»3. Non un semplice sfogo emotivo, ma un repertorio culturale codificato per trasformare il dolore privato in rito collettivo. “Organizzarlo” per “raccontarlo” attraverso una serie di lamenti, formule e gesti, seguendo, anche questa volta, una liturgia laica, se non profana.

«Le lamentatrici professionali non vanno però confuse con le amiche e le comari che accorrono ai lutti e si associano al lamento […] e ricordano in genere anche i loro precedenti lutti: diventano delle lamentatrici per vocazione».4
In entrambi i casi, dunque, prefica e tamada, vi è una pretesa “professionalità” dei soggetti atti a svolgere un ruolo rituale ben definito, per la prima, orientato alla produzione del cordoglio; per il secondo, alla regia del festeggiamento. Senza contare che in numerose trascrizioni e osservazioni di campo il vino entra a far parte anche del rito funebre: «alcune donne vanno versando, da una bottiglietta, un po’ di vino rosso su una grossa fetta di pane scuro, che depongono poi presso la croce; si versa del vino e poi colmata la fossa viene innalzato l’abete»5.
Brindisi e pianto
Il brindisi sancisce legami, memoria, alleanze; il lamento ostentato rende visibile e pubblica la perdita privata. La lamentatrice «mette in scena la crisi del lutto per ricondurla nell’ordine culturale»6, mentre durante la supra vi è «la messa in scena collettiva della memoria»7 dove il tamada funge da garante dell’ordine emotivo e sociale.
Così, in contesti diversi, entrambi i ruoli si fanno strumento di regolazione sociale dell’emozione. Ponte tra l’eccesso emotivo e la forma rituale. Moderatori istituzionali del sentimento, da una parte il dolore, dall’altro la gioia, passando sempre per la commemorazione.
Rinsaldare la memoria
«Beviamo alla memoria di coloro che non sono più con noi, / dei padri e delle madri che hanno lavorato questa terra prima di noi. / Possano i loro nomi vivere nel vino, / e possano i nostri figli ricordarli quando verseranno il primo bicchiere».8
«Figlio mio, sangue del mio sangue, / dove vai, senza la voce della madre? / Ti mando il pane e il vino, / che tu non resti digiuno nel buio, / e che la terra ti sia lieve come la culla».9
Note
- McGovern, P. et al., Early Neolithic wine of Georgia in the South Caucasus, Proceedings, National Academy of Sciences / PMC (2017). ↩︎
- Kym Anderson, Journal of Wine Economics, Volume 8, Number 1, 2013, Pages 1–28 ↩︎
- Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Torino, 1958, p. 57 ↩︎
- Ivi, p. 134 ↩︎
- Ivi, p. 314./ ↩︎
- Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico, Torino, Einaudi, 1958. ↩︎
- P. Manning, The Autocrat of the Banquet Table: The Political and Social Significance of the Georgian Supra, «Anthropological Quarterly», 2009 ↩︎
- Tamadà anonimo, trascrizione in: Paul Manning, The Feast of Language: The Meaning of the Georgian Supra, in «Ethnos», vol. 72, n. 2, 2007, p. 207 ↩︎
- Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico. Dal lamento pagano al pianto di Maria, Torino, Einaudi, 1958, Appendice etnografica, p. 321. ↩︎