L’oliva Acerenza, storia di famiglia e biodiversità
C’è un punto di partenza e di ritorno. Acerenza. Un percorso ad anello che attraversa l’Italia che cambia e più di qualche generazione. Un percorso che s’interrompe in quella terra che Simone non ha mai conosciuto come casa. È la storia di un recupero questa, delle origini e delle radici. Della terra e di un albero d’ulivo.
Le origini
È il 2012 quando Simone Di Gaetano, assieme ad un cugino, ritorna alla terra d’origine del suo trisavolo. Grazie all’aiuto di due agricoltori del posto, dopo circa un anno, riesce ad identificare quelli che erano i terreni di proprietà della sua famiglia. «Ad Acerenza non era rimasto nessuno di quel nucleo originale» e via a snocciolare i paesi d’arrivo, d’approdo e di transito. Il bisnonno, casellante dei treni, a Cassano allo Jonio; il nonno a Fiumefreddo Bruzio; qui nasce suo padre che, ad appena sei anni, si trasferisce a Milano.
È il ’52, il Paese si risolleva dalla povertà e dalle macerie della seconda guerra mondiale, ponendo le basi per quello che sarà il boom economico. Ma sono anche gli anni in cui l’arretratezza agricola spinge centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le campagne per cercare lavoro nei grandi poli industriali. Sono gli anni dei treni del Sole, del miracolo economico e del meridione che si svuota. Una vicenda comune a molte famiglie italiane che, soprattutto in quel periodo, e non solo, lasciano i piccoli paesi dell’entroterra meridionale per cercare opportunità altrove.
Ecco che una parte della memoria resta nei luoghi d’origine e una parte segue chi se ne va. Cambiano le case, le generazioni, lasciando spazio a ricordi solo raccontati. Ed è un ricordo raccontato a riportare Simone di Gaetano ad Acerenza. Duemila abitanti, 833 m s.l.m. e degli alberi di ulivo che si aggrappano sui fianchi ripidi del paese. Quella che oggi chiamano agricoltura eroica era solo un’altra forma di resistenza.


L’oliva Acerenza
È un filo invisibile che diventa motivo di ricerca con la sua azienda agricola, RaraNatura. Il recupero degli oliveti inizia nel 2013, un lavoro lungo e complesso. La pulizia dei terreni, il recupero delle piante storiche e lo studio delle caratteristiche agronomiche. Solo successivamente emergerà la reale importanza di quel patrimonio genetico. «Nel 2017 apprendiamo che quelle piante secolari appartenevano alla varietà Acerenza, iscritta nell’elenco delle cultivar di olivo a rischio d’estinzione».
Una cultivar autoctona rara, presente nell’Arca del Gusto Slow Food, diffusa storicamente nell’area del piccolo comune lucano. «Una sorpresa che ci ha aperto un mondo – commenta Di Gaetano. Qui la chiamano l’oliva bianca, perché anche a maturazione il colore della polpa è tendente al bianco latteo».
La storia racconta di una realtà agricola lontana capace però di ridisegnare l’orografia dei luoghi. «Per secoli il paesaggio rurale del territorio è stato caratterizzato dalla consociazione tra vite e olivo – spiega Di Gaetano – una pratica dettata dalla necessità delle famiglie contadine di ricavare il massimo sostentamento da appezzamenti piccoli. Gli ulivi venivano distribuiti nei vigneti secondo un equilibrio accurato: le chiome dovevano essere contenute per evitare di ombreggiare le viti, consentire la raccolta e adattarsi ai terreni ripidi. Da questa esigenza nacque un paesaggio agricolo unico, modellato dal lavoro dell’uomo e dalla convivenza tra due colture fondamentali per l’economia familiare».
Ed è effettivamente la situazione che l’imprenditore si trova davanti quando riesce a risalire ai terreni di famiglia. «Con la progressiva crisi della viticoltura tradizionale molte vigne furono gradualmente dismesse. L’olivo conquistò così nuovi spazi. Allo stesso modo la scoperta della cultivar ha segnato per noi l’avvio di una nuova fase del progetto».
Dalle piante madri alla selezione clonale
Le piante secolari vengono identificate come autentiche piante madri della varietà Acerenza. Da questi esemplari prende avvio un percorso di selezione clonale finalizzato a preservarne integralmente il patrimonio genetico.
«L’obiettivo non era semplicemente moltiplicare gli alberi, ma conservare le caratteristiche originarie sviluppate nel corso dei secoli. Ogni nuova pianta deriva direttamente dagli esemplari storici, garantendo continuità genetica e autenticità varietale».
Un investimento dai tempi lunghi, incompatibili con le logiche dell’agricoltura industriale, i cui risultati stanno iniziando a manifestarsi soltanto oggi. «Le giovani piante ottenute dalla selezione clonale hanno cominciato quest’anno a entrare in produzione. Credo sia la dimostrazione che un patrimonio agricolo dato per perduto possa essere comunque restituito al futuro».
Dalla tutela della biodiversità ai riconoscimenti internazionali
Ma il recupero della cultivar Acerenza non è rimasto confinato alla dimensione della ricerca agricola, trovando conferma nella qualità degli oli prodotti dalle piante madri. «Da questi ulivi nascono Acherolio e Acherolio Millennium, due extravergini monovarietali che rappresentano le espressioni più autentiche di questa varietà autoctona. Il primo è ottenuto da piante più giovani, mentre il secondo proviene esclusivamente da ulivi ultracentenari, autentici monumenti viventi del paesaggio di Acerenza».
Accanto ai monovarietali di Acerenza, RaraNatura continua il recupero di altre cultivar lucane rare, come Racioppa e Cannellina, entrambe considerate a rischio di estinzione. «Si tratta ormai di una sorta di missione – aggiunge Di Gaetano – preservare un patrimonio genetico unico e trasformarlo in un olio capace di raccontare il territorio da cui proviene».


Presidente EVO IOOC ITALY
La qualità di questo lavoro è stata riconosciuta in numerosi concorsi. Acherolio Millennium si è classificato primo al concorso del Dipartimento Agricoltura della Regione Basilicata nel 2024; gli oli dell’azienda sono stati presenti per diversi anni nella Guida Slow Food, e hanno ottenuto la medaglia d’oro all’Olive Oil Award di Zurigo. Premi che non rappresentano un punto di arrivo, ma la conferma che la tutela della biodiversità e il recupero delle cultivar storiche possono tradursi in un’eccellenza riconosciuta anche a livello internazionale.
«Voglio pensare che sia un cerchio che si chiude – spiega Di Gaetano – un modo di riportare al dialogo un tutto più grande, dalle mie origini a una pianta d’ulivo».