Zia Formica, dalla marmellata ai chutney lucani
Dalla cucina al laboratorio: la nascita di Zia Formica
Nel cuore di Grassano, dove fare impresa significa spesso misurarsi con lo spopolamento e la distanza dai grandi mercati, c’è una piccola bottega che ha deciso di puntare tutto sulla pazienza. Da qui la scelta di chiamarsi, Zia Formica. Un nome che evoca il lavoro silenzioso e la capacità di conservare. L’idea antica della dispensa piena come forma di sicurezza e memoria familiare.
Dietro i vasetti di marmellate, sottoli, chutney e paté ci sono Caterina Ragone e suo marito Vito Civita. Lei rappresentante legale dell’azienda, lui cuoco con esperienze professionali tra Stati Uniti e Svizzera, ma soprattutto, come tiene a precisare, «figlio di agricoltori, cresciuto con l’arte del vasetto».
L’idea nasce più come esigenza personale prima ancora che imprenditoriale. «Dopo tanti anni lontano da casa – spiega Civita – diventava sempre più difficile combinare la vita professionale e quella privata». «Volevamo dare forma a qualcosa che fosse solo nostro» aggiunge Caterina Ragone. Una scelta maturata lentamente, trasformata poi in progetto concreto grazie al bando “Resto al Sud”. Ma a imprimere la svolta definitiva è il covid. Entrambi rimangono senza lavoro e decidono di investire su quell’idea che fino a quel momento era rimasta in sospeso.
Resto al Sud e la scelta di investire sul territorio
Inizia così un percorso lungo e complesso. La presentazione del progetto nel 2022. Il colloquio nel giugno dell’anno successivo. Mesi di autorizzazioni e attese burocratiche. Fino all’8 novembre 2025, giorno in cui il laboratorio è finalmente pronto ad avviare la produzione.
Ma la loro è soprattutto una scommessa sul territorio. Fare impresa in un piccolo centro come Grassano significa confrontarsi costantemente con limiti strutturali. Meno servizi, minori opportunità logistiche, difficoltà nel raggiungere mercati più ampi.
Ma è proprio in contesti simili che tali iniziative generano valore. Un valore che va oltre il semplice commercio. Investire sul territorio, creare un laboratorio artigianale, scegliere filiere locali, significa provare a costruire economia dove spesso si raccontano soltanto partenze. Un fattore non banale e mai scontato.
L’antica arte della conservazione
La storia di Zia Formica è anche la storia di un ritorno alle origini. Non solo perché tutto ruota attorno alla conservazione alimentare, ma perché recupera una pratica che per secoli è stata necessità prima ancora che cultura gastronomica. Marmellate, sottoli e conserve nascono infatti dall’esigenza contadina di trattenere il raccolto oltre la stagione produttiva, quando non esistevano frigoriferi e la dispensa rappresentava una garanzia contro i mesi più difficili. Conservare significava evitare sprechi, ma anche custodire il lavoro della terra.


«L’idea della conservazione nasce proprio dalla necessità di rispettare e stare dietro al ciclo naturale delle cose» spiega Civita. Una filosofia che oggi il laboratorio traduce in lavorazioni artigianali. Attrezzature professionali a servizio della qualità ma lontane dai processi dell’industrializzazione; assenza di conservanti artificiali e ingredienti ridotti all’essenziale. «I nostri unici alleati sono il limone e lo zucchero per le marmellate e l’olio extravergine lucano per i sottoli».
Nel laboratorio di Grassano ogni fase viene svolta con cura ed attenzione: selezione delle materie prime, taglio degli ingredienti, cottura e confezionamento. L’azienda collabora inoltre con produttori locali ed è oggi inserita nella rete dei produttori Slow Food.
Una formica tra tradizione e ironia
Anche il nome, come già abbiamo detto, racconta molto dell’identità del progetto. «La formica è sì simbolo di operosità, ma soprattutto della dispensa, dell’idea di mettere da parte nei momenti di prosperità» spiega Civita. Ma quella disegnata sull’etichetta non è una formica austera. Ha invece un’espressione ironica, quasi seducente, ispirata alle pin-up vintage. Da qui anche il motto dell’azienda, “Aprimi e gustami”, che trasforma il semplice gesto di svitare un coperchio in un invito alla curiosità e alla scoperta del prodotto.
Un linguaggio visivo che cerca di rendere contemporaneo un mondo spesso associato esclusivamente alla tradizione domestica.


I chutney e l’incontro tra Basilicata e cucina internazionale
Tra le specialità più originali della produzione di Zia Formica spiccano i chutney, preparazioni nate nella tradizione culinaria indiana e reinterpretate in chiave lucana contemporanea. Un ponte gastronomico tra esperienze internazionali e territorio, che riflette il percorso professionale di Civita. Tecnica appresa all’estero ma radici ben piantate nella Basilicata rurale. Accanto ai chutney trovano spazio confetture, paté, pomodori secchi, sughi pronti e sottoli pensati sia per il consumo privato sia per il settore della ristorazione.
Lo sguardo al futuro
Eppure, assieme all’entusiasmo, resta la consapevolezza delle difficoltà. «L’avvio dell’attività non è stato semplice, ma adesso il nostro obiettivo è non deludere le aspettative» dichiarano i due imprenditori.
Il sogno, oggi, guarda oltre i confini regionali. «Sarebbe bello vedere il proprio prodotto esportato» dice Civita. Non soltanto come obiettivo commerciale, ma come possibilità di raccontare la Basilicata attraverso i sapori.
Nel frattempo il progetto di Zia Formica continua a evolversi. Tra le idee future c’è la lavorazione della frutta secca e la produzione di barrette energetiche sviluppate con il supporto di un nutrizionista: un tentativo di ampliare la gamma senza perdere l’identità artigianale che caratterizza il laboratorio.