Bracuto racconta il Basileccata. Qualità e fattore narrativo
Il cono incontra la praticità dello street food, ma al suo interno ripercorre una precisa geografia. La Basilicata del sole e dei peperoni cruschi; del baccalà, preparazione tipica dell’entroterra; della memoria popolare che prova a parlare il linguaggio del presente.
Nasce così il Basileccata, dall’intuizione di Franco Nastasia e Daniele Bracuto: trasformare ingredienti identitari lucani in un formato immediato, riconoscibile, quasi “da passeggio”, per diventare anche racconto culturale e strumento di comunicazione territoriale.
Nella contemporaneità il cibo vive tanto nei social quanto nei piatti. In tale contesto il Basileccata non è soltanto proposta gastronomica, ma diviene progetto di immagine. Un modo di ripensare il rapporto tra tradizione, design e narrazione odierna. Ne abbiamo parlato con Daniele Bracuto.
Daniele Bracuto, partiamo dall’inizio: cos’è il Basileccata e quando nasce?
«In un viaggio di ritorno dall’aeroporto. Ci dedichiamo da sempre a portare i sapori della nostra terra nelle sagre e nelle fiere, e quell’estate del 2023 eravamo particolarmente ispirati. È un’idea che si evolve dal desiderio di rendere la Basilicata immediatamente riconoscibile attraverso il cibo. Non si tratta di proporre un nuovo street food, ma di costruire un contenitore narrativo. Il cono permette di mangiare camminando, di vivere il cibo in maniera contemporanea, ma al tempo stesso è un secondo a tutti gli effetti. All’interno della cialda salata ci sono ingredienti che parlano della nostra identità».
Soffermiamoci su questo punto. Quali sono le caratteristiche del Basileccata e cosa ci raccontano?
«La cialda croccante, che noi stessi prepariamo, è riempita con ciambotta lucana, piatto estivo della tradizione contadina, una sorta di minestra di verdure che prevede peperoni, melanzane, pomodori e cipolla; rucolino locale; una nuvola di baccalà mantecato in purezza, e peperone crusco. Tutti prodotti che appartengono alla memoria lucana. Una nuova versione prevede nella mantecatura del baccalà l’utilizzo delle olive infornate di Ferrandina, Presidio Slow Food. L’idea è davvero quella di abbracciare in un unico “piatto” il meglio della tradizione lucana, offrendone una sintesi rispettosa e veritiera».
Il Basileccata si è aggiudicato nel 2024 la medaglia di bronzo nella categoria “Street Food” ai Campionati Italiani di Cucina a Rimini, promossi dalla Federazione Italiana Cuochi. La Lucania aveva bisogno di un simbolo contemporaneo per tornare ad emergere nelle competizioni che contano?
«Bisogna avere il coraggio di uscire dagli stereotipi. Credo sia questa la chiave. Molto spesso raccontiamo i territori sempre nello stesso modo: le vecchie ricette della nonna, la tradizione, la lentezza. Tutto vero e bellissimo, ma non basta. La Basilicata ha il bisogno e il diritto anche a un linguaggio contemporaneo, vivo. Un riconoscimento di merito va senz’altro al dottor Luciano Restivo, che si è occupato della veste grafica, battezzando lui stesso il prodotto. Pochi giorni fa abbiamo proceduto alla registrazione del marchio».


Un piatto che diventa linguaggio dunque. Ma quanto guarda alla tradizione e quanto strizza l’occhio al marketing?
«Il Basileccata ha una forma semplice, quasi pop. Questa immediatezza è sicuramente un fattore decisivo del progetto, ma senza la qualità del prodotto non si va da nessuna parte. Voglio sottolinearlo con decisione. Gusto e qualità delle materie prime sono fondamentali. A ciò si aggiunge, certo, la necessità di “farsi ricordare”. Viviamo in un’epoca in cui il cibo viene fotografato, condiviso, raccontato in pochi secondi. Se un prodotto non riesce a generare curiosità visiva o emotiva, rischia di sparire. La vera sfida è fare in modo che l’estetica non diventi vuota, ma sia cornice di un racconto più ampio e articolato».
A suo avviso, dunque, stiamo ancora raccontando il cibo o soltanto immagini del cibo?
È una domanda che mi faccio spesso. Sui social tutto tende a diventare veloce, consumabile, immediato. A volte si perde profondità. Ma non demonizzo questi strumenti. Il rischio che, nel panorama attuale, la cucina territoriale venga trasformata in semplice operazione di branding c’è. È inutile negarlo. Dipende dall’intenzione. Se usi il territorio solo come etichetta, il pubblico prima o poi lo percepisce. Noi abbiamo cercato di partire da elementi reali della cultura gastronomica lucana e tradurli in un linguaggio accessibile anche a chi non conosce la Basilicata. La comunicazione oggi è inevitabile. Il problema non è comunicare il cibo, ma capire se dietro esiste una verità.
Dove si trova il confine tra autenticità e costruzione narrativa?
«Nella passione di chi si diverte ancora lavorando, cucinando. Nell’esperienza di quelle persone che si innamorano di un territorio, ancor prima di conoscerlo a fondo, proprio attraverso i suoi piatti. Il cibo è un grande fattore turistico, attrattivo. Siamo l’unica nazione che può vantare una varietà enogastronomica così ampia. Se rinunciassimo di proporre un racconto del cibo, rinunceremmo a raccontare noi stessi».
Quindi oggi servono più comunicatori che chef?
«Servono figure ibride. La cucina non può più vivere isolata. Un progetto gastronomico oggi deve confrontarsi in un ambiente sempre più complesso e in divenire. Io credo che il futuro sia la cucina territoriale, tradizionale. Ma affinché ciò abbia un peso bisogna fare un vero e proprio lavoro di recupero. Abbiamo perso i sapori di una volta, tanto da non riuscire più a riconoscere la differenza tra un pomodorino del piennolo e uno commerciale, o addirittura preferire il secondo. Bisogna rieducare a riconoscere la qualità, uscire dall’omologazione del gusto a cui ci hanno abituati. Senza questo passo tutti gli altri discorsi risultano purtroppo inutili.
Ecco come il Basileccata diviene ponte tra passato e presente, nel tentativo di trasformare una cucina regionale in un codice narrativo contemporaneo, capace di parlare ai nuovi avventori e, allo stesso tempo, rinsaldare la memoria collettiva. E forse è proprio qui che oggi si gioca la partita del cibo: nella riconoscibilità dei buoni sapori, nella capacità di creare un’identità nuova e condivisa che possa farsi visione e racconto.