Guarnaccino di Chiaromonte, la rinascita del vitigno lucano
Quando Luigi Lauria parla della sua esperienza con il Guarnaccino, la voce si fa concreta, pragmatica. «Non si tratta della prosecuzione di una tradizione familiare – racconta. Erano i miei bisnonni a produrre vino, poi i terreni sono rimasti incolti per generazioni. La mia scelta non nasce con l’acquisizione di un’eredità. Matura con il tempo, lontano da casa, nella comprensione del vino come linguaggio». L’azienda, Luigi Lauria – Vini di Eccellenza, è oggi sinonimo di autenticità lucana.
Il progetto di recupero
Siamo a Chiaromonte. Poco più di milleseicento abitanti nella provincia di Potenza. Un piccolo borgo incastonato su uno sperone roccioso che sovrasta la valle del Sinni. Il Guarnaccino è il vitigno autoctono della zona. Ridotto, verso la fine del XX secolo, a pochissimi ceppi superstiti, una trentina appena, ha rischiato la totale scomparsa. É così che, nel 2004, assieme a due soci, Lauria ne avvia il percorso di recupero. Nel 2007, il Comune di Chiaromonte, finanzia una ricerca del Cra – unità di ricerca per la viticoltura di Arezzo. Un percorso che conduce, sei anni dopo, al riconoscimento del Guarnaccino come varietà autoctona nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite.



«Il progetto ha richiesto pazienza, test in campo e analisi biomolecolari per dimostrare che il Guarnaccino nero non fosse un semplice clone di altre varietà meridionali, ma un’entità genetica distinta con potenzialità proprie» sottolinea Lauria. Una caratteristica che oggi si riflette nei vini e nelle loro diverse sfaccettature.
Tra vino e memoria storica
Ma la riscoperta del vitigno non è stata solo tecnico-agronomica. «Alla ricerca in campo e in laboratorio si è andata parallelamente sviluppando una ricerca storico-culturale». È da questi studi che emerge come Chiaromonte potesse vantare a fine Ottocento oltre 500 ettari vitati. Una superficie significativa per l’epoca, che lo collocava tra i centri più attivi del territorio per la coltivazione della vite.
Allo stesso modo, le prime fonti scritte a parlare di “Guarnaccino” risalgono al 1848 (studi di A. Semmola). Ma, attenzione, non c’è identità genetica tra le “guarnacce” nere campane e quelle calabro-lucane. Lo stesso Guarnaccino di Chiaromonte, presentando caratteristiche ampelografiche e potenzialità enologiche diverse, è considerato «entità varietale geneticamente nuova».
L’equivoco è figlio della passata abitudine a denominare con il termine “guarnaccia” o “guarnaccino” più varietà tra loro diversissime. Il motivo è presto chiaro risalendo all’etimo della parola. Dal latino: “provvedere”, “difendere”, “garantire”. «Ci si riferiva a varietà di uve rustiche che garantivano, mettevano al sicuro, il raccolto dell’anno». Termine, questo, per altro assimilabile al lemma “guarnello”. Antico tessuto d’accia (filato grezzo realizzato dalla canapa) e di bambagia, adoperato per confezionare vari indumenti. I mantelli e le sopravvesti da lavoro così ottenuti erano usati per difendersi dal freddo o tutelare gli abiti sottostanti (questa volta di origine celtica garr gamba e nach coprire).
Una storia affascinante che si perde nella stratificazione dei secoli. Una storia che restituisce una varietà nuova, inaugurando futuri scenari di sviluppo agricolo e valorizzazione del territorio.
Rusticità e mercato: un equilibrio delicato
Come lo stesso nome ci racconta la prima tra le qualità agronomiche del Guarnaccino è senz’altro la rusticità. «Negli anni ’70 e ’80 – dice Lauria – la sensibilità attuale sull’uso dei fitofarmaci non era così diffusa, anzi. Le piante di Guarnaccino, ridotte a pochi ceppi, non subirono però il pesante indebolimento che toccò molte varietà moderne, tempestate da insetticidi e fungicidi. Da qui la sua naturale resistenza a funghi e patogeni».
Altra caratteristica è la grande acidità, che lo rende un vino longevo. Fattore poco apprezzato nel panorama enologico odierno, dominato da preferenze per vini dalla bevuta facile. «Ma se questo rappresenta un limite in termini di volumi di vendita – aggiunge l’imprenditore – è al tempo stesso risorsa di distinzione. Promuovere una rappresentazione rinnovata del vino è la nostra mission. Ciò affinché emerga la sua vera funzione, che è prima di ogni altra, sociale e culturale».


A partire dal 2018, l’azienda ha effettuato le prime vendemmie, sperimentando via via più declinazioni. Guarnaccino rosso, bianco e rosato, ottenute in purezza da uve autoctone. «È stato un lavoro di continua prova ed errore, ma oggi vinifichiamo con fiducia in queste tre versioni, ognuna capace di raccontare un aspetto unico del vitigno e del territorio».
Non solo numeri
Sulla commercializzazione Lauria è esplicito e critico. «Prima del Covid, la maggior parte delle spedizioni andava all’estero, Giappone, Stati Uniti, ma poi ho lavorato affinché questo prodotto diventasse forte e riconosciuto nella sua terra». Oggi, pur mantenendo spedizioni dirette a privati selezionati in tutto il mondo, il grosso della distribuzione è in Basilicata attraverso il canale Horeca.
«Una scelta di principio» afferma. «Noi lucani spesso non siamo abbastanza orgogliosi dei frutti e dei figli della nostra terra. Una sorta di complesso d’inferiorità che ostacola crescita e progresso. Per un prodotto di nicchia come il Guarnaccino penso sia fondamentale promuoverne comunicazione e racconto nel territorio in cui questo è nato ed è stato riportato alla luce, oltre a curare di persona il rapporto post-vendita con il cliente».
Da questa consapevolezza l’idea del Club in azienda. Uno spazio di incontro e confronto con gli appassionati. Dalle degustazioni riservate agli approfondimenti sul mondo del vino. «L’idea è costruire una comunità di conoscenza attorno al vitigno e alla sua storia».



«Molti pensano erroneamente che per essere imprenditori in questo campo bastino soldi da investire – conclude Lauria. Studio, curiosità e passione sono la vera molla. L’attività di consulente e la laurea in economia mi hanno insegnato a far quadrare i conti. Ma non si tratta sempre e solo di numeri. Il mio impegno è proiettato alla valorizzazione culturale di un vitigno e della terra che lo nutre. Oltre a una più consapevole e misurata idea del bere. All’attività nobile e sociale del vino. È la mia piccola ribellione contro l’omologazione».