Semi di resistenza, una nuova promessa di futuro
La biodiversità parte dai semi. La sovranità di uno Stato parte dai semi. L’identità agroalimentare di un Paese parte dai semi. Ma il seme cos’è, se non il mezzo che la natura usa per non scomparire, perpetuarsi. Per racchiudere il proprio patrimonio genetico e trasmetterlo in eredità. Per esistere e resistere. Questa è una storia di esistenza, resistenza e libertà.
Contadino, custode, attivista; se l’attivismo vuol dire ancora impegno, e non solo propaganda e facile consenso, Tazio Recchia, è socio Slow Food delegato ai frumenti nella condotta potentina. Consigliere, fino al 2021, della Rete dei Semi Rurali1, Recchia ha contribuito alla diffusione di una pratica che unisce recupero di varietà locali e sperimentazione in campo. Fino alla nascita del Solibam Duro Recchia. Un materiale eterogeneo di frumento duro che porta il suo nome. Figlio della filosofia del miglioramento genetico partecipativo e dalla sperimentazione sul territorio.
Due chili di semi
Due buste da un chilo di semi di grano duro e orzo con la raccomandazione di metterli a dimora. È il 2010. Il laboratorio è l’azienda agricola Il Querceto, a Marsicovetere. «Nelle confezioni consegnatemi da una collega dell’AIAB2, i semi proveniente da un centro di ricerca di Aleppo3». Dietro una manciata di sementi, l’idea delle popolazioni evolutive4.
«Il passaggio a questo tipo di coltivazione nasce dal fatto che piante tutte diverse tra loro, a differenza delle moderne varietà le cui piante sono tutte geneticamente uguali, diano produzioni più stabili nel tempo e siano capaci di resistere meglio agli attacchi esterni». Un’intuizione figlia del professor Ceccarelli e della professoressa Grando, a cui i due studiosi giungono dopo oltre vent’anni di miglioramento genetico dell’orzo e del frumento tenero e duro presso l’istituto siriano e nell’area mediorientale.
Dalla Mesopotamia all’entroterra lucano
Succede così che a Marsicovetere, piccolo borgo dell’entroterra lucano, nel cuore della Basilicata rurale, fiorisce un pezzo di Mesopotamia. Un viaggio a ritroso lì dove le civiltà sono nate e si sono sviluppate, con il grano come punto di partenza per tutta l’umanità. «I primi anni abbiamo seminato e raccolto manualmente – continua Tazio – poi nel 2015 ho selezionato le spighe per me più interessanti, sopratutto quelle di orzo, cominciando a seminarle separatamente dal miscuglio».

Nel 2017, la svolta. La registrazione come semente di quattro popolazioni evolutive, due di tenero e due di duro, nell’ambito di una sperimentazione con il ministero e Rete Semi Rurali. «Si trattava davvero di qualcosa di impensabile. Le popolazioni, infatti, in quanto costituite da materiale eterogeneo, non rispondono di per sé alle caratteristiche che lo stesso ministero richiede per la registrazione varietale». Caratteristiche riassumibili nell’acronimo DUS: distinguibili, uniformi e stabili. Le quattro popolazioni evolutive legate a 4 agricoltori italiani erano nominate : Solibam Tenero Floriddia, Solibam Tenero Li Rosi, Solibam Duro Recchia e Solibam Duro Petacciato.
Allora fu una piccola rivoluzione. Oggi, le popolazioni evolutive sono contemplate nell’ambito legislativo e una direttiva europea5 sancisce e auspica l’utilizzo nel biologico di materiale eterogeneo, consentendone la certificazione come semente, ovvero la possibilità dell’agricoltore di immetterla sul mercato. «Da qualche anno il nome del seme delle popolazioni di grano duro e di grano tenero, derivate dai nuclei arrivati dalla Siria, è stato cambiato in Furat – aggiunge Recchia – il nome arabo del fiume Eufrate. Un richiamo alle origini. Dove tutto è cominciato».
Il miglioramento genetico partecipativo
Ma il progetto Solibam non è rimasto un ricordo, diventando promotore di protocolli di selezione evolutiva e partecipata che hanno ispirato molte realtà locali. Ecco perché i concetti, che solo concetti non sono, di popolazioni evolutive e miglioramento genetico partecipativo sono strettamente correlati tra loro. Trovare una risposta comune laddove la soluzione è già presente in natura. Si possono forse riassumere così gli sforzi di Ceccarelli e Grando nel far convergere lo studio sulle popolazioni evolutive, nelle aree aride di Africa e Medio Oriente, e il coinvolgimento dei contadini e agricoltori che quelle zone le vivono.
«Significa riprendere a fare con consapevolezza ciò che i nostri nonni facevano per pura intuizione, ed unificarlo con rigore scientifico. Un miglioramento genetico collettivo, democratico, partecipato» spiega Tazio.
Un’alternativa al modello convenzionale che a differenza della selezione standard di varietà uniformi non prevede popolazioni fisse, ma in costante mutamento e adattamento. Un processo simile a quello antico, quando erano i contadini nel campo a scegliere le migliori spighe per riprodurle successivamente. Un processo, i cui risultati hanno dimostrato una maggiore stabilità e adattabilità rispetto alle varietà convenzionali, con rese competitive e maggiore resilienza a condizioni avverse.
I numeri del potere globale e il monopolio feudale
Ma cosa frena allora la diffusione di un sistema che a conti fatti si dimostra come vincente? A livello planetario il sistema sementiero-industriale è sempre più concentrato nelle mani di poche multinazionali. Secondo ETC Group & GRAIN, Bayer, Corteva, Syngenta e BASF controllano oltre il 56% del mercato globale dei semi commerciali e circa il 61% del mercato dei pesticidi, configurandosi come oligopoli con un potere tale da influenzare prezzi, regolamentazioni e politiche alimentari mondiali.


Totale prime quattro aziende in analisi: 56 % mercato sementi e 61 % mercato pesticidi
Un feudalesimo moderno che ci riporta indietro di secoli, ma con bilanci milionari e brevetti anziché feudi. Le multinazionali hanno ormai in pugno il cibo dell’umanità. Quel cibo che nasce dal sapere contadino. Modificato, brevettato e rivenduto agli stessi contadini, trasformati anch’essi in produttori di cibo in serie. Un miglioramento genetico che ha giovato più all’industria che al sapere agricolo, che pian piano ha rischiato di perdersi, perché desueto, antico, trapassato.
«Riportare la ricerca in campo, decentralizzarla, coinvolgendo i vari attori può essere la vera chiave per costruire sistemi alimentari alternativi a quelli attuali – aggiunge Recchia. Ma per fare questo è necessario che il contadino si riappropri della propria autonomia. E per autonomia intendo il poter coltivare partendo dai propri semi, dalla condivisione e dallo scambio degli stessi. Anche e soprattutto questo vuol dire sovranità alimentare».
Il paradosso della sovranità e il ruolo degli agricoltori custodi
Allo stesso modo la retorica del Made in Italy e della “sovranità” rischia di essere vuota se le filiere continuano a dipendere da grani importati. È infatti ampiamente documentato come il mercato della pasta e di altre produzioni italiane faccia spesso ricorso a grani esteri. Una realtà, questa, che mette in discussione l’idea di una sovranità piena basata su una produzione autoctona.
«La soluzione è certamente e in parte normativa – aggiunge Recchia – ma anche partica, e parte sempre dalla possibilità del singolo agricoltore di riappropriarsi della possibilità di scegliere. Stessa scelta a cui è chiamato anche il consumatore, il quale non può più sottrarsi dal dovere della consapevolezza».

Dov’è finita, dunque, la vera identità agroalimentare? Lontano dagli scaffali della grande distribuzione, senz’altro. Conservata a venti gradi sotto zero nelle banche del seme o a germogliare nei campi degli agricoltori custodi che, contro ogni pronostico, resistono. Depositari, da generazioni, di conoscenze, pratiche e sementi che mantengono viva la biodiversità agricola.
«Il loro è un ruolo davvero cruciale – dice Tazio – alimentano le reti di scambio costruendo filiere alternative trasparenti e radicate sul territorio, garantiscono la sopravvivenza di genotipi che altrimenti sparirebbero e attraverso la selezione in campo permettono alle popolazioni di adattarsi ai cambiamenti climatici e ai patogeni. Ne sono un esempio gli stessi grani antichi. In realtà si tratta di un termine improprio. Sarebbe meglio parlare di landrace, cioè materiali vivi, dinamici e non reliquie immutabili. Dobbiamo imparare ad accettare che l’equilibrio della natura è di per sé variabile, mai fermo, frutto delle leggi dell’interazione. Un caos in cui dobbiamo reimparare ad orientarci».
La rivoluzione gentile
La civiltà nasce dai semi e dal grano. Nasce e diventa come noi oggi la conosciamo perché l’orzo si poteva stoccare. La capacità di immagazzinare cereali ha permesso alle comunità sedentarie di accumulare risorse, pianificare scambi e differenziare il lavoro, favorendo la nascita di strutture sociali più complesse. La conservazione, dai granai alle scorte, è diventato pian piano un prerequisito per economie di surplus, divisione del lavoro e forme di controllo centralizzato sulle risorse. Tutti elementi che nel tempo hanno contribuito alla costruzione di sistemi economici basati su relazioni di potere asimmetriche.
Tratti che a tutti gli effetti possono essere letti come antecedenti storici delle dinamiche capitalistiche. Ma non è il destino o il fato a imporre tale “concentrazione”, bensì la politica e il modello economico scelto. Allo stesso modo se oggi poche aziende controllano sementi, chimica e tecnologia, si ripropone un problema di controllo delle risorse alimentari che somiglia, in funzione, a vecchi modelli di controllo delle risorse agricole.
Abbiamo creduto per molto tempo, forse in buona fede, che il modello agricolo intensivo avrebbe salvato il mondo dalla fame. Ma così non è stato, aumentando invece lo sfruttamento delle risorse naturali e il conseguente spreco. L’agricoltura moderna ha distrutto la biodiversità, lasciandoci in eredità le monocolture. Un terreno vilipeso e spento. Ma, dunque da dove e da cosa ripartire?
«La prossimità è la nostra chance. L’occasione di innescare una rivoluzione gentile. Lo strumento è la scelta che spetta ad ognuno di noi, produttori, contadini, agricoltori e consumatori. Abitanti del sistema Terra» conclude Recchia. La scelta come atto politico e come presa di responsabilità. Una scelta di resistenza. Con la promessa di un futuro partecipato e libero di cambiare. Come i semi.
Note
- Ente del Terzo Settore composto da 32 organizzazioni, la cui missione è conservare, valorizzare e sviluppare la diversità delle sementi, contrastando la perdita di biodiversità agricola e le pratiche di agricoltura intensiva, attraverso attività di ricerca, scambio di sementi, supporto alle comunità e promozione di politiche a favore. ↩︎
- L’AIAB, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica, nel 2010 è partner del progetto SOLIBAM (Strategy for Organic and Low-input Integrated Breeding And Management) volto a sviluppare approcci di miglioramento genetico integrato con tecniche agronomiche per aumentare la sostenibilità e la qualità delle produzioni biologiche in Europa e Africa. L’AIAB ha giocato un ruolo chiave nell’introduzione di queste popolazioni evolutive in Italia, distribuendo agli agricoltori una popolazione evolutiva di grano tenero (circa 2000 linee genetiche), una di orzo (1600 linee genetiche), una di grano duro (circa 600 linee genetiche), i cosiddetti Miscugli di Aleppo, derivati da nuclei originari della Siria. ↩︎
- Il centro è quello dell’ICARDA, International Center for Agricultural Research in the Dry Areas, un istituto internazionale di ricerca agricola senza scopo di lucro che si propone di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni povere nelle aree aride del mondo ↩︎
- Nella metà degli anni ’50 Sunenson C.A., ricercatore americano, propone di utilizzare le popolazioni evolutive come una banca del germoplasma vivente a cui i selezionatori possono attingere e scegliere le linee di loro interesse per la successiva riproduzione. Un miglioramento genetico in cui il lavoro più impegnativo è stato già eseguito dalla natura stessa attraverso la selezione ambientale. ↩︎
- Regolamento UE 2018/848 ↩︎