Caos lento, lo sciopero e la geografia dell’attenzione
Caos lento. La statale 106 collega Reggio Calabria a Taranto, poco più di quattrocento chilometri che attraversano e disegnano il profilo della fascia litoranea jonica. È mare e spiaggia, nella locride e nel crotonese, per ritornare a farsi piana verde tra Puglia e Basilicata. Vacanza per i turisti; strada della morte in Calabria, dove gran parte del tracciato è a carreggiata unica, con curve pericolose, intersezioni a raso nei centri abitati e asfalto ammalorato; presidio, oggi, per gli autotrasportatori. Messina – Catania, Napoli – Bari, Caserta – Salerno, nomi di “località” che si sottraggono, improvvisamente, con arroganza, all’etichetta diffusa del racconto turistico e mediatico che vorrebbe invece il Sud immerso nella narrazione dell’estate lunga, infinita, in questo ottobre ancora caldo.
L’ambivalenza dello sguardo
È la metafora della “vita lenta”, dei borghi e della sedia in paglia davanti all’uscio di casa. Una lentezza sinonimo di virtù e autenticità se appositamente scelta e profumatamente pagata nell’ufficio di un’agenzia di viaggi. Colpa, ritardo e inefficienza nell’interiorizzazione dell’inferiorità sociale. È il concetto sociologico dell’orientalismo interno di Edward Said1. Il Sud come altro dal Nord, straziato tra l’immagine da cartolina folkloristica anelata per le ferie e zavorra che frena la corsa di un settentrione competitivo, che a differenza del “fratello scemo” non si piange addosso e sa rimboccarsi le maniche. Ammirato e sbeffeggiato, ma mai interlocutore affidabile.
Lo sguardo e la narrazione è quella di chi lo osserva dall’esterno e non lo vive. Una romanticizzazione che nasconde la precarietà. Il lusso di rallentare rispetto alla violenza di chi è costretto ad aspettare. E quando la voce si fa diversa, contraria, nuova, fa paura. Ecco che il blocco, inaspettatamente, rende visibile ciò che di solito non si vede: quanto dal lavoro di quel sud dipenda la “normalità” del resto del Paese, il prezzo dell’insalata a Roma e delle bietole a Milano, la messa in discussione che le cose non vanno bene per come sono.
La geografia dell’attenzione
Prima di avallare l’obiezione che le richieste e le movimentazioni partano in primo luogo da una categoria ben definita, e che quindi parlare più in generale di “Sud” non sia che l’ennesima semplificazione, bisogna considerare due fattori fondamentali.
Il più evidente è che allo sciopero degli autotrasportatori si siano uniti man mano categorie senz’altro rappresentative di quello che è il meridione, dagli agricoltori ai pescatori pugliesi, fino ai pastori sardi.
Il secondo è che la marginalizzazione mediatica della “notizia” non è che lo specchio più evidente della marginalizzazione dell’altra metà del Paese. La prova? La triste sorpresa che prima della rivendicazione economica, e la discussione delle ragioni del blocco, gli scioperanti, e non solo, abbiano dovuto rivendicare il riconoscimento che “qualcosa” stesse davvero succedendo. E quel qualcosa non riguardava i bagni a Mondello degli “ultimi coraggiosi”, granite e briosce; immagini di un repertorio da tg nazionale che, nel corso di una settimana, s’è fatto improvvisamente inutile e vecchio, costringendo l’occhio dell’opinione pubblica a porre lo sguardo altrove.
Uomo invisibile
Ma sottrarsi all’immaginario collettivo per generare d’improvviso una nuova risignificazione ha un prezzo. Il primo è quello del silenzio, che non è quasi mai assenza di rumore.
«Sono un uomo invisibile […]. Sono invisibile, capite, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. Come le teste prive di corpo che a volte si vedono negli spettacoli da baraccone del circo, io mi trovo come accerchiato da specchi di vetro duro e deformante. Quando gli altri si avvicinano a me vedono solo quello che mi sta intorno, se stessi, o il frutto della loro immaginazione, in effetti, tutto e qualsiasi cosa, tranne me». Così scriveva Ralph Ellison nell’incipit di Invisible man. Si è quello che gli altri percepiscono, e se si smette di essere percepiti, riconosciuti in quanto tali, semplicemente si smette di essere.
In un primo e lungo momento, infatti, la protesta è stata ignorata e sottaciuta, impegnando di contro telegiornali e approfondimento in una gara sull’esclusiva da Garlasco fino alla disputa sul vero tortellino bolognese (con o senza sugo?!) consegnando, ancora una volta, lo spettatore allo stato larvale della consapevolezza, tra cronaca e cucina, quello che resta della triade perfetta, dove un tempo era il calcio a farla da padrona, ma questa è un’altra storia.
Anatomia di una colpevolizzazione
Nel momento in cui ignorare non è stato più possibile si è passati alla colpevolizzazione. Così nel lessico del racconto si sono fatte spazio metafore anatomiche. Le strade sono diventate arterie, il traffico, flussi, mentre la protesta si trasforma in patologia e si fa paralisi. La febbre che fa “Tremare il Sud” va curata, ed in fretta. Bisogna abbassarne la temperatura, riportare alla normalità il termometro, nasconderne gli evidenti sintomi scongiurando il contagio: gli scaffali vuoti, le pompe di benzina a secco, i rifiuti che si ammassano nelle città.
Ultimo atto la criminalizzazione. Dalla riduzione della protesta a egoismo localistico, concentrandosi esclusivamente sui consequenziali disagi, si è passati presto alla rappresentazione degli scioperanti come responsabili della perdita di capitali, investimenti, fino a suggerire infiltrazioni e interessi criminali dietro il blocco. Da qui cresce la conta degli identificati, sanzionati e denunciati. La rappresaglia contro il diritto a manifestare.
I padroncini
Mossa quest’ultima che ha trovato terreno marcio e fertile in cui attecchire. Al fattore marginalizzante “sud” si è difatti associato un elemento che non si può non prendere in esame. Gli autotrasportatori non sono né operai né studenti, ma padroncini. Titolari di una ditta individuale, anche se con uno o pochi mezzi, magari guidati da loro stessi: la parte flessibile della filiera, falsi imprenditori che vivono, in realtà, come lavoratori senza tutele, sotto lo schiaffo delle grandi imprese. Padroni in scala ridotta, insomma, ma pur sempre padroni.
Quello che viene a mancare è il copione morale. Se la figura dell’operaio rimanda alla lotta per i diritti e la dignità del lavoro, quella dello studente al futuro incerto delle nuove generazioni; l’autotrasportatore non beneficia di una grammatica già scritta, e non collocandosi in nessuna delle due categorie non raccoglie le “simpatie” e la legittimazione di quella parte di opinione pubblica che, diversamente, sarebbe pronta a schierarsi.
Ad aggiungere ambiguità è la mancanza di un antagonista ben definito. Se al centro di una vertenza operaia, infatti, c’è un’azienda o come focus di una protesta studentesca vi è una riforma, il problema portato, letteralmente, in strada dal blocco dei tir è più diffuso e, proprio per questo, percepito come impossibile da arginare, in quanto frutto di una serie di contingenze non attribuibili a un nemico unico.
In estrema sintesi lo spettatore medio interrogato davanti al tema risponde: «ma con chi se la prendono?», snocciolando di seguito, guerre, stretti chiusi, crisi economiche mondiali e mercati finanziari internazionali. Che si guardi a destra o a sinistra, insomma, il meglio che ci si possa aspettare è solidarietà per il caro gasolio, che tange tutti, ma comunque ostilità verso il metodo.
Il senso comune
Una banalizzazione da cui nessuno è immune, certo, ma che emerge come maldestramente infima. Si veda per ultimo l’ennesimo “decreto maranza” per gli scontri di piazza a Milano, tematica che andrebbe invece analizzata in maniera approfondita e senza far ricorso a facili semplificazioni; come gli studenti “figli di papà”, o gli “operai politicizzati”. Ma se in questi primi tre casi ogni contestazione incontra ora l’interesse e l’empatia dei sociologi, ora dei nuovi e sempiterni rivoluzionari, o di accalorati sindacalisti, gli autotrasportatori chi se li tira per la giacchetta?
Operai e studenti hanno da sempre avuto un posto stabile nell’immaginario politico, una lunga tradizione letteraria, cinematografica. Ma se l’immaginario collettivo, e tutto ciò che oggi lo alimenta, è davvero il solo termometro delle nostre reazioni, qual è il futuro di un mondo sociale sempre più complesso somministrato all’opinione pubblica in narrazioni semplici, in cui le categorie e le persone che vi appartengono sono separate le une dalle altre in compartimenti stagni, e il giusto è nella polarizzazione di un’idea che trova la giustificazione di sé stessa in sé stessa medesima?
Se la rappresentazione della realtà diventa una messa in scena da offrire al migliore offerente, riusciremo a cogliere ancora le cose per quelle che sono, scevre dal filtro offertoci dall’una o dall’altra parte? Se è l’immaginario collettivo la base su cui si costruisce il senso comune, il desiderabile, il giusto e lo spaventoso, la memoria di un gruppo e il futuro auspicabile dallo stesso, siamo sicuri che ci abbracci tutti allo stesso modo senza lasciare indietro nessuno? Siamo sicuri di poter scegliere, capire, esprimere critiche, porci delle domande senza la fretta di aver pronte tutte le risposte?
Note
- Nel suo saggio Orientalism (1978), Said spiega come l’Occidente abbia costruito l’immagine dell’Oriente come arretrato, pigro o esotico per giustificare il proprio dominio coloniale e definirsi, per contrasto, moderno e superiore. L’applicazione interna: l’orientalismo interno si verifica quando una parte dominante di un Paese rappresenta un’altra regione o gruppo interno con gli stessi stereotipi riservati ai popoli coloniali. L’area interna “subalterna” viene dipinta come primitiva, immobile nel tempo, bisognosa di guida o afflitta da patologie sociali, legittimando così l’egemonia politica ed economica del centro dominante. ↩︎